MONTE ATHOS (GRECIA)

settembre 2013

 

18 settembre

Sono giunto ieri sera ad Ouranopolis, ultima avamposto greco, dopo 2 ore di autobus da Salonicco, attraversando le campagne della Macedonia verso la penisola calcidica, il tridente di Poseidone che si allunga nell’Egeo settentrionale. Si respira aria di frontiera, con tanta gente indaffarata e negozi con souvenir sacri e profani; una tranquilla cenetta sul mare, pomodori ripieni di feta e polpo alla griglia, a due passi dalla grande torre bizantina che domina la città, e poi a dormire nell’accogliente hotel Xenios Zeus, come consigliato dalla guida per il pellegrino dell’associazione Friends of Mount Athos. La mattina, zaino in spalla, mi reco al Pilgrim’s Bureau, dove viene rilasciato il tanto sospirato Diamonitirion, il famoso documento che ti permette l’accesso all’Aghion Oros, la sacra montagna del Cicladi. Avevo cominciato con 6 mesi di anticipo  a chiedere il rilascio del permesso, considerando che solo 10 non- ortodossi al giorno vengono autorizzati, e che solo il 22 agosto, dopo un’ennesima telefonata, mi arrivava la mail di conferma di Christos, dall’ufficio centrale di Salonicco, quando ormai avevo quasi perso la speranza. Alle 7,30 entro nell’ufficio,  ci sono alcuni pellegrini greci ed esteuropei, pago i 30 € e ricevo la mia pergamena, tutta scritta in greco, nella quale oltre al mio nome riesco a capire solo katholikon e Italia,  Alcuni pellegrini si fotografano orgogliosi con il permesso appena ottenuto. Mi reco quindi in porto per comprare il biglietto per il battello che va da Ouranopolis al piccolo porto di Daphni; rimango sorpreso dal fatto che alcuni monaci saltino la fila e vanno direttamente allo sportello. Ho tutto il tempo per farmi la colazione, visto che nei prossimi giorni dovrò farmi bastare quello che “passa il convento”….. Nello zaino ho messo anche qualche barretta e della frutta secca per le emergenze. Alle 9,45 parte il battello , che oltre ai passeggeri porta anche camion e merci ingombranti. Prima di farci salire ci controllano accuratamente passaporti e Diamonitirion. Le donne rimangono a riva a salutare i congiunti che se ne vanno in ritiro sulla penisola. La barca lascia la bella torre bizantina di Ouranopolis e si dirige lentamente lungo la costa verso il dito più esterno della penisola calcidica, dominato dalla mole degli oltre 2.000 metri del Cicladi. Faccio subito conoscenza con 2 serbi che si stanno recando al monastero di Chilandari, dove risiede appunto una comunità di monaci provenienti dalla Serbia. Dopo un’ora circa di navigazione si cominciano ad intravedere le prime costruzioni, delle vere e proprie fortezze , con mura di fortificazione, sormontate da cupole bizantine. Ad ogni monastero il ferry-boat si ferma e scarica pellegrini e mercanzie varie. Particolarmente imponente è il monastero di san Pantaleimonos, sede di una comunità di monaci russi, dove tra gli edifici di mattoni svettano un campanile e svariate cupole verdi stile Cremlino.  Alle 12 in punto attracchiamo al porticciolo di Daphni, principale porta di accesso all’Athos, dove c’è un bar taverna, un emporio, un ufficio postale e poco altro. Non mi attardo troppo in questo porticciolo, ma corro a prendere un autobus che mi porti a Karyes, il capoluogo della repubblica monastica. Salgo di corsa su un vecchio autobus pieno di monaci, che per tre quarti d’ora si inerpica all’interno della penisola tra castagneti e noccioleti. Superate le cupole dell’eremo di Sant’Andrea, veniamo scaricati nella via principale, con qualche negozio e taverna. Nell’unica piazza,  davanti al palazzo del governo, sorge la chiesa del Protaton, la più antica  chiesa dell’Athos. Entro nella basilica attraverso un portico completamente affrescato con figure bizantine; la chiesa è anch’essa completamente ricoperta di affreschi risalenti al tredicesimo secolo. Osservo i pellegrini rendere omaggio con devozione alle icone, che vengono baciate in maniera molto sentita, dopo essersi ripetutamente fatti il segno della croce con le tre dita, e lo spirito santo a destra a differenza di noi cattolici che lo facciamo a sinistra. Accanto alla chiesa si erge una torre campanaria, a strisce bianche e rosse. Prima di mettermi in cammino, mi rifocillo in una taverna con un panino feta e pomodori ed un caffè greco. La mia destinazione per la giornata è il monastero di Stavronikita, sito sulla costa opposta rispetto a quella sulla quale sono arrivato. Mi rendo conto della totale assenza di indicazioni , e sono costretto a chiedere informazioni all’uscita di Karyes.  Mi incammino con il mio zaino sulle spalle su una strada sterrata verso il mare,  che circonda una foresta di verde lussureggiante, sulla quale svetta imponente la vetta del Cicladi . La passeggiata è bellissima, immerso in una natura ed in un silenzio quasi irreali. Dopo poco più di un’ora giungo in vista del monastero di Stavronikita, una vera e propria fortezza medievale, immersa in un contesto naturale straordinario ed a picco sul mare. Rimango a bocca aperta man mano che mi avvicino; fino ad adesso non ho incontrato anima viva. Mi addentro piano piano in questo scenario fiabesco, assaporando l’atmosfera e la bellezza del posto, costeggiando un bellissimo aranceto, e subito dopo un grande acquedotto con le vasche piene di ninfee.  Cammino sotto un pergolato carico di grappoli d’uva dorati, e davanti ad un affresco di san Giorgio si apre la porticina di una piccola stanza, dove un anziano monaco barbuto mi invita a lasciare fuori la zaino e ad entrare per riposarmi. Lascio fuori lo zaino, e mi siedo mentre il monaco mi offre un bicchiere d’acqua e un lokum, un piccolo dolce gommoso. Anche se la conversazione è molto difficile, visto che parla solo greco, dopo un po’ mi indica la foresteria e mi  fa capire con le dita che dovrò dormire al terzo piano nella camera sei. La foresteria è un bellissimo edificio di legno costruito su una roccia a picco sul mare; dal piano si gode una fantastica vista sulle cupole del monastero e sul Cicladi. Divido la cameretta a tre letti con un russo di nome Victor; dalla stanza si sente il rumore delle onde che si infrangono sulle rocce. Subito accanto che c’è uno studiolo in legno con una biblioteca, con finestre su due lati dalle quali si vede tutta la costa orientale della penisola, uno spettacolo mozzafiato. La bellezza e il silenzio del posto mi conquista, vado in perlustrazione dei luoghi in preda ad una esaltazione mistica.  Mentre mi godo il riposo sotto il pergolato arriva Tim, un dermatologo greco emigrato in Australia; Tim è da giorni sul Cicladi, insieme a Niko, il fratello autistico di 32 anni, un ragazzo dolcissimo che continua a ripetere sempre le stesse frasi. Tim , pur nella sua consapevolezza scientifica di medico, cerca conforto nelle parole dei monaci alla grave malattia del fratello. Facciamo subito amicizia. Nel frattempo il monaco che mi accolto mi richiama, e mi offre in dono una croce da mettere in macchina per protezione; mi parla in greco e mi invita a pregare; scoppio in un pianto a dirotto, liberatorio ei sento svanire tutte le negatività che mi portavo dietro dall’Italia.  Mi risveglia il rumore del talanton, portato in spalla da un monaco, legno che batte su legno e che invita a recarsi in chiesa per la preghiera:  questo rumore ha un sapore ancestrale, arcano. Come tutti i monasteri sul Cicladi, Stavronikita contiene al suo interno il Katholikon, ossia la chiesa principale; l’edificio è interamente ricoperto da affreschi del famoso pittore della scuola cretese Teofane, uno vero spettacolo. Incomincia il rito e mi siedo in fondo su una sedia con lo schienale alto come fanno altri pellegrini. Non capisco granché della liturgia e dopo una ventina di minuti me ne esco e vado a rilassarmi sotto il pergolato. Come suggerito da Tim ritorno insieme a lui verso la fine per accendere delle candele e rendere omaggio alle icone. Non appena i monaci escono in processione, vengo invitato nella trapeza, il refettorio, anch’esso splendidamente affrescato, e mi siedo vicino ad altri pellegrini. Nel piatto avanti a me trovo una zuppa di ceci , ci sono del pane e delle olive nere da condividere con gli altri. Si mangia molto velocemente , senza parlare, e si torna in chiesa per una ultima benedizione , durante la quale vengono esposte le reliquie. Al termine delle funzioni, ci troviamo tutti monaci e pellegrini, sotto il pergolato a godere degli ultimi raggi di sole, ammirando il mare e la bellezza della natura. Tutta trasuda pace e serenità. Conosco tre pellegrini greci di Siros, e mi raccontano tutto della loro isola, compreso che c’è un teatro che è una copia in miniatura della Scala di Milano, mi riprometto di farci un viaggetto. Nel frattempo, neanche a farlo apposta è sorta la luna piena, che illumina di argento tutto il mare sottostante. Un monaco ci fa segno che stanno per chiudere le due porticine di ingresso del monastero e pertanto è ora di recarsi a dormire.

19 settembre

Sto dormendo profondamente quanto sento il battere del talanton, Victor si alza e io guardo l’orologio sono le tre di notte; nel Cicladi non solo vige ancora il calendario giuliano, ma anche le ore vengono calcolate diversamente e la mezzanotte coincide con il tramonto del sole e quindi per loro sono le circa le sei del mattino. Rimango a dormire; quando mi alzo il sole deve ancora sorgere, preparo lo zaino e scendo in chiesa dove stanno terminando i riti. Di colazione neanche a parlarne…. La mattinata è limpidissima ed insieme a Tim e Niko vediamo il sole emergere dall’azzurro del Mar Egeo, sulla linea dell’orizzonte la sagoma dell’isola di Samotracia: è ora di mettersi in cammino, il mio itinerario prevede di raggiungere a piedi il monastero di Iviron e da lì in battello fino a Megisti Lavra, il monastero più grande e più antico del monte. Saluto Tim, con il quale ci diamo appuntamento a Salonicco, e due monaci, che mi salutano abbracciandomi.  Il sentiero che va ad Iviron corre lungo la costa, che funge anche da orientamento, visto che le indicazioni scarseggiano. Lungo la strada si incontrano delle bellissime torri, alcune delle quali ristrutturate di recente e si attraversano spiagge selvagge con l’acqua trasparente, come la migliore Grecia insulare. Sembra veramente di stare nel giardino della Vergine Maria, come narra la leggenda di Athos, e che serve a giustificare il divieto di accesso ad ogni essere vivente di sesso femminile. Dopo un’ora di cammino giungo in vista di una torre e di una  arsanas (piccolo porticciolo); sono giunto ad Iviron, e passata una grossa falegnameria ed enormi cataste di legno mi si apre la visione del monastero, una vera e propria fortezza inespugnabile, che si erge con contrafforti e cupole colorate sopra delle enormi mura di mattoni a vista. A quest’ora della giornata la luce del mattino avvolge la cittadella in una atmosfera sfumata; mi incammino da solo per i bellissimi acciottolati in salita fino all’ingresso monumentale, così diverso dalla piccola porta in legno di Stavronikita. Mi ritrovo in un grandissimo cortile al cui interno sono situati tutti i principali edifici; lasciato lo zaino e mangiata una barretta della scorta di cibarie, entro in una piccola cappella a destra. Qui un monaco molto gentile mi conduce a visitare la più importante icona del monastero, la Panaghia Portaitissa, un’immagine della Vergine che si fa risalire all’evangelista Luca, che sembra sia giunta ad Iviron galleggiando sul mare, dopo essere stata salvata da una vedova dalla furia degli iconoclasti: l’icona è tutta ricoperta di oro e di argento ad eccezione dei visi, anneriti dalla patina del tempo.  L’icona è particolarmente venerata dai russi che ne hanno una copia a Mosca; si dice che sia venuto anche Putin ad adorarla. Alcuni monaci russi intonano dei canti con voce profonda. Mi viene spiegato che il monastero prende il nome dai fondatori provenienti dalla Georgia , ovvero l’Iberia caucasica. Il padre mi conduce a visitare il Katholikon, anch’esso a croce greca ed interamente ricoperto di fantastici affreschi e mi mostra due colonne provenienti da un preesistente tempio greco, e lavorate per togliere le scanalature solo nella parte visibile. Chiedo senza successo di poter visitare la biblioteca che ho letto essere tra le più ricche di antichi volumi e codici miniati e ringraziato il padre mi vado a riposare presso il phiale, una fontana sormontata da una  struttura ottagonale con cupola, usata per la cerimonia di benedizione delle acque. Qui conosco Alexander, un distinto signore tedesco che è stato sull’Athos più di venti volte. Mi dice che per oggi il battello non ferma alla grande Lavra e pertanto l’unica maniera per raggiungere il monastero è un pullmino che dovrebbe partire intorno all’una e si offre di telefonare per riservarmi un posto. Nel frattempo giunge un monaco altissimo dalla lunga barba ed i capelli raccolti in una lunga treccia, che ci invita ad unirsi a loro per il pranzo che sarà consumato alle ore 10,30.  Entriamo in un grandissimo refettorio interamente ricoperto di affreschi e ci sediamo intorno a dei lunghissimi tavoli di marmo. Dopo la preghiera un monaco continua a leggere le scritture, ed io posso gustarmi il pasto costituito da due peperoni ripieni di riso, un uovo, pane ed una torta di verdure; c’è anche un bicchiere di vino rosso. Tutti i prodotti provengono dagli orti che circondano Iviron, ed i sapori sono accattivanti. Dovendo aspettare l’una, Alexander mi propone un bagno a mare.  Avevo letto che le regole dei monaci proibiscono la balneazione, e rimango stupito che un tedesco proponga ad un italiano di fare una cosa vietata. Ma accetto ben volentieri, e dopo una ventina di minuti di camminata ci ritroviamo su una bellissima spiaggia deserta , e dopo essermi messo in mutande mi tuffo nell’acqua cristallina dell’Egeo… wie im Elysium sein!  All’una siamo in attesa dei mezzi di trasporto insieme ad altri pellegrini; dopo più di mezz’ora giungono due mezzi  scassati e litighiamo su chi abbia il diritto a salire per prima; riesco a prendere posto e dopo tre quarti d’ora tra sterrati, in mezzi ai boschi e a fantastici scorci di mare, veniamo scaricati davanti all’ingresso della Grande Lavra, il monastero  più antico, fondato dal monaco Attanasio , e quindi il più importante nella rigida gerarchia della repubblica monastica. Si presenta come una cittadella medievale circondati da mura e torri.  Mi dirigo verso la foresteria, dove trovo numerosi pellegrini in attesa di sistemazione. Rispetto al piccolo monastero di Stavronikita qui sembra tutto molto più organizzato; oltre all’acqua e ai dolci mi vengono offerti un bicchierino di acquavite e del caffè.  Dopo un po’ di attesa vengo sistemato in una grossa camerata insieme ad alcuni ragazzi ucraini, di cui uno è un sacerdote, e che si apprestano il giorno successivo a salire in vetta al Cicladi.  Vista la bella giornata, decido di fare una passeggiata al di fuori del monastero verso il mare, tra la vegetazione mediterranea, gli ulivi e gli scorci di costa rocciosa. Quando rientro alla Lavra sono già cominciati i riti pomeridiani, e ne approfitto per aggirarmi con calma all’interno, tra le tantissime cappelle, le abitazioni, i giardini e le botteghe.  Non mi faccio cogliere impreparato ed al termine dei riti, mi dirigo insieme agli altri pellegrini nel refettorio dove consumo il pasto serale tra affreschi seicenteschi dell’ultima cena e del giudizio universale. Dopo cena chiedo ad Alexander di indicarmi la strada che dovrò affrontare il giorno successivo , e lui mi accompagna per mostrarmi il sentiero, dopo aver visitato una cappella piena di teschi e di ossa, in pratica l’ossario del monastero.  Alla Lavra come in tutti i monasteri c’è un chiosco, situato in una posizione con vista particolarmente suggestiva, dove monaci e visitatori si attardano al tramonto, rilassando la mente ed il corpo mentre la natura ed il mare offrono il loro spettacolo migliore.  Conosco padre Dimitrios, che prima di farsi monaco era imbarcato su grosse navi e pertanto conosce un po’ di italiano ed il porto di Genova. In particolare mi chiede del papa, che lui da bravo ortodosso non ha in grossa considerazione e stima e mi ricorda come il diavolo si serva dei soldi per corrompere il cuore degli uomini. Rimaniamo a parlare fino a che fa buio, e prima che chiudano le porte me ne vado nel dormitorio a riposare.

20 settembre

 

Oggi mi attende la tappa più impegnativa dell’intero viaggio, ossia la traversata a piedi dalla Lavra fino a Santa Anna, dalla costa orientale a quella occidentale, attraverso i monti e la parte più selvaggia della penisola. Pertanto alle 7 sono già in cammino e quando esco dalle mura della Lavra il sole sta facendo capolino tra le nubi sul mare. Dopo aver camminato tra i campi coltivati ed i frutteti del monastero imbocco tra la vegetazione il sentiero che mi aveva indicato Alexander; da lì in poi me la devo cavare da solo, stante le scarse e a volte scolorite indicazioni per ΑΓΙΑ ΑΝΝΑ . Il sentiero sale in mezzo alla vegetazione e dopo circa un’ora di cammino giungo ad un passo da dove si gode di nuovo la vista del mare e delle propaggini meridionali dell’Athos. Il cielo è coperto da nubi e questo rende più piacevole e meno faticoso il mio trekking. Continuo il mio cammino inoltrandomi in un bosco di castagni  e dopo un’altra ora incontro le prime persone, due ragazzi russi che si stanno dirigendo verso la vetta del monte. Mi rendo conto che è stato un po’ azzardato spingermi fin qui da solo, e per esorcizzare i rischi  continuo a farmi il segno della croce sia alla maniera cattolica che a quella ortodossa! Il sentiero è pieno di fiori selvatici. Mi capita  di imbattermi in un bivio senza indicazioni e procedo ad intuito guardando la mappa che avevo comprato ad Ouranopoli. Ogni volta che trovo una indicazione per Aghia Anna mi sento rassicurato; ad un certo punto mi inoltro in una zona molto più rocciosa e scoscesa; mi rendo conto di essere arrivato nella zona più dura ed inospitale il cosiddetto deserto dell’Athos, eremos in greco, dove da sempre vivono coloro che invece delle comunità cenobite hanno scelto di vivere in solitudine. Poche abitazioni in pietra e una chiesetta con la tomba di un monaco, mi inoltro ma non c’è traccia di essere vivente. L’apparire di falesie sul mare a sud mi fanno rendere conto che sto andando in direzione esattamente opposta, e devo tornare in salita sui miei passi. Cammino a ritroso fino ad un bivio che non avevo visto e riprendo il sentiero. Verso mezzogiorno arrivo accaldato ad un passo dove convergono più sentieri e dove è collocata una grande croce in legno dalla quale si gode un panorama mozzafiato di Athos In basso gli edifici e le cupole di sant’Anna e a seguire il profilo frastagliato della costa occidentale. Da questo momento in poi la strada è letteralmente tutta in discesa e dopo un’ora giungo in prossimità di sant’Anna, che non è uno dei venti monasteri principali, ma uno skita, ossia una piccola comunità di  monaci singoli che ricade sotto la giurisdizione di un monastero principale.  Entro nel piccolo cortile in cerca di una sistemazione e un po’ di ristoro dopo 6 ore abbondanti di camminata; nel piccolo cortile ci sono gli edifici principali , alcune fontane per l’acqua ed un fantastico balcone a strapiombo dal quale si gode una vista a 360 gradi sulla costa sudoccidentale dell’Athos. Purtroppo i monaci fanno una pausa dalle 12 alle 3, per cui non riesco a sistemarmi in camera e a lavarmi. Giungono molti pellegrini, a piedi e con il battello, e capisco che la piccola foresteria è molto ambita, in quanto costituisce il miglior punto di partenza per la salita alla vetta. Mi intrattengo con un gruppo di russi, che non parlano neanche un parola di inglese, ma che scoppiano in enormi risate al solo nominare Putin e Berlusconi.  Alle tre finalmente escono i monaci, che a differenza degli altri monasteri sono molto più giovani ed anche gioviali. Dopo la solita e gradita accoglienza a base di acqua, dolci, acquavite e caffè, mi viene indicata una piccola camera a 4 letti, che condivido con un signore che fa l’ingegnere civile a Belgrado e come benvenuto mi offre una fiaschetta con della vodka. Mi chiede cosa spinge un cattolico ad andare in pellegrinaggio sull’Athos, e gli racconto che non mi sono mai sentito tanto vicino a Dio. Esco per esplorare i dintorni e faccio una lunga passeggiata per ammirare i bellissimi panorami e la vegetazione particolarmente lussureggiante. Quando rientro ci sono tre ragazzi greci che non hanno trovato posto , ma hanno ottenuto di dormire per terra con i sacchi a pelo. Faccio amicizia con Kostas, che fa il cuoco in un ristorante greco della Baviera, e pertanto riusciamo a comunicare io con il mio tedesco del Goethe Institut e lui con il suo da Gastarbeiter (lavoratore ospite)!.  Veniamo invitati ad entrare in chiesa per la funzione, al termine della quale procediamo nel refettorio dove ci aspetta una gustosa zuppa di lenticchie, pane e pomodori.  Si mangia velocemente come al solito, per poi ritrovarci tutti , monaci e pellegrini sulla terrazza ad aspettare il tramonto. Kostas mi racconta della sua vita da emigrante,  della sua passione per la Ducati e per tutte le moto italiane, del cielo tedesco sempre così scuro e  della nostalgia per la Grecia. Mi parla della luci che si intravedono sul secondo dito della Calcidica , delle discoteche e dei locali che sono lì, così in contrasto con il mondo dell’Athos. Andiamo avanti a parlare come vecchi amici fino a quando è tutto buio e rientro in stanza con il serbo che russa come una locomotiva.

 

21 settembre

Ultimo giorno, oggi scade il mio diamonitirion! Alle 6 e trenta sono già sveglio, ed alle 7 mi affaccio in chiesa dove si stanno officiando i riti mattutini. Alle 8 siamo tutti pronti a partire, e cosa molto gradita, vengono portati del caffè e dei biscotti, a conferma dell’ospitalità e della buona nomea di santa Anna. Saluto Kostas ed i ragazzi greci e mi metto nuovamente in marcia. La strada scende dolcemente fino ad un altro skita, su un sentiero pietroso, dove incontro anche due monaci a dorso di mulo.  La strada continua fino a che non si giunge in vista dell’imponente mole del monastero di Agios Pavlos, dal nome dell’anacoreta che visse in questo luogo. Dalla spiaggia salgo fino all’ingresso principale dove entro. Un monaco che mi vede curiosare con la macchina fotografica mi intima perentoriamente di riporla nello zaino e recarmi in chiesa. Oggi è sabato ed è in corso il rito della comunione; in fondo alla chiesa sono posti del pane benedetto e dei dolci. Osservo il rito e la gente che si reca a ricevere il sacramento. In ultimo viene portato per essere benedetta anche una teglia con una torta. Al termine della funzione un monaco che parla inglese mi invita ad unirmi a loro per il pranzo nel refettorio, ed accetto ben volentieri. Il pranzo è da giorno festivo, in quanto viene servito un filetto di pesce aromatizzato con contorno di verdure e zucchine. Al termine del pranzo viene offerto a tutti un pezzo del dolce che era stato benedetto durante la messa, una specie di pastiera al gusto di zenzero. Dove aver visitato per bene il monastero mi rimetto in cammino, ritornando sulla spiaggia dove c’è una vecchia torre di avvistamento.  Da qui parte si inerpica un sentiero tra le rocce che sembrano invalicabili, e dopo un po’ di dura salita mitigata dalla bellezza dell’azzurro del cielo e del mare giungo in vista della mia ultima meta, il monastero di Dionysiou, imponente e costruito su una roccia a picco sul mare. Attraverso campi coltivati giungo all’ingresso e dopo un breve giro all’interno salgo nella foresteria e attraverso un corridoio che porta ad una veranda affacciata sul mare, dal quale si gode una vista superba. Vengo invitato in una  piccola libreria, dove mi registro e dove mi vengono portati gli immancabili doni di ospitalità. Chiedo informazione sui traghetti, e mi viene detto che essendo oggi festivo, l’ultimo traghetto disponibile parte all’una. Questo mi coglie di sorpresa, e recuperato lo zaino mi metto a correre verso il porto, dove si sta avvicinando il piccolo ferry boat Aghia Anna. Non ho neanche il tempo di assaporare le ultime sensazioni di Athos mentre la barca si dirige verso la punta della penisola per poi far rotta nuovamente su Daphni.  Qui devo scendere per il controllo dei bagagli, prima di lasciare l’Athos, ed infine mi imbarco per l’ultima tratta di viaggio verso Ouranopolis. IL viaggio è terminato e mi attende il ritorno alla normalità tra ristoranti, negozi , il wi-fi e tutti i confort della modernità.  Non sarà facile staccarmi dalla bellezza e dalla spiritualità del monte Athos, con la  consapevolezza acquisita che il nostro inquieto viaggiare, nella più completa accezione dantesca del termine, non è altro che una  faticosa e continua ricerca di Dio.